1 Novembre 2010 – Gianfranco Bottoni

Intervento di don Gianfranco Bottoni al Campo della Gloria, il 1 Novembre 2010:

 

Vengo in questo luogo, il “campo della gloria”, come chi ha solo da imparare una lezione di vita. C’è qui sempre da riscoprire l’insegnamento di una grande testimonianza, alla quale attingere per rinnovare la speranza di un futuro più giusto. Come voce cristiana, anche a nome della chiesa di, Milano e del suo arcivescovo, vengo dunque ad esprimere innanzitutto ammirazione e gratitudine.


Ammirazione e gratitudine sono dovute al sacrificio di uomini e donne, civili e militari, che, per la liberazione dalle tirannie e dalle tragedie del fascismo e dell’occupazione nazista, hanno lottato e combattuto, hanno subito prigionia e deportazione, hanno saputo dare la vita. Credenti e più spesso – secondo la religione – non credenti, le persone che qui commemoriamo hanno creduto con fede appassionata in una umanità nuova e vera, in una cittadinanza fondata sulla libertà democratica e sulla giustizia sociale.

Ammirazione e gratitudine noi tutti come cittadini intendiamo esprimere, in modo corale, nel contesto laico di questo appuntamento. Ogni società e nazione si fonda su valori. Li evoca anche attraverso i suoi simboli: l’altare della patria e i monumenti al milite ignoto e ai caduti, i sacrari e i memoriali, tra i quali eccelle questo campo della gloria. La loro sacralità è sempre legata a un orizzonte di morte. Ma di una morte percepita non come fine, bensì come nuovo inizio. Di una morte percepita come seme di vita che travalica la morte stessa con la forza di tramandare alle future generazioni valori autentici. Di una morte onorata come sacrificio che dà dunque senso e prospettiva al vivere sociale.

È sul sacrificio, sull’ eredità ricevuta da chi ha donato la vita per grandi ideali, che una nazione si fonda. È da questo patrimonio che nasce una nazione. Non nasce da un fiume che scorre in una pianura. Non nasce dal quieto vivere di chi pensa soltanto ai comodi del proprio benessere privato. Neppure nasce dai bassi interessi di bottega che hanno il loro collante in un egoismo collettivo, che oggi purtroppo è così facile sia assecondare sia innescare. In questo vuoto di ideali non c’è proprio nulla di sacro e di fondante per la vita di una nazione.

L’unità nazionale dell’Italia invece si fonda sull’eredità di chi ha combattuto per gli ideali del risorgimento e della liberazione. La celebrazione dei suoi 150 anni di storia diventerà discrimine tra chi ha il senso della nazione e chi, anche per comprensibili reazioni a inefficienze dello stato, rischia però di disconoscere e vanificare un’ eredità spirituale preziosa e inalienabile. Un rischio che va di pari passo a quello, più volte segnalato, della crisi della democrazia e delle sue istituzioni. Ora gli appelli, che da più parti e anche da qui sono stati lanciati perché, superando le divisioni di schieramento, si provveda a fermare la morte ,della repubblica nata dalla resistenza, restano sempre attuali. È tuttavia confortante rilevare che sono sempre più ascoltati e condivisi.

Anche le religioni, le comunità di qualsiasi fede, nessuna esclusa, devono diventare leali nei confronti della cultura democratica. Esse non sono esterne alla società. Non si collocano al di fuori di questa: né accanto, né tanto meno al di sopra. Sono parte della società. Sono costituite da persone chiamate ad essere, da cittadini, solidali e responsabili nei confronti della vita civile e sociale della nazione. È però necessario che le comunità di ogni religione debbano avere coscienza dei propri limiti e delle proprie insufficienze. Questo comporta che esse rechino alla vita sociale e civile il proprio contributo di pensiero e di proposta senza pretese e presunzioni. Anzi con una certa dose di’ umiltà e di auto critica. Proprio l’autocritica da parte delle religioni sarebbe una testimonianza preziosa, forse quella di cui ha più bisogno una società che in se stessa non conosce mitezza.

In questa prospettiva intendo riconoscere che, riguardo all’attuale crisi che attraversa la democrazia in Italia, anche i cristiani non sono esenti da alcune responsabilità e incoerenze. Infatti parte della cultura cattolica mantiene disagi e diffidenze nei confronti dello stato. Teme la laicità delle istituzioni pubbliche. Avanza obiezioni alla stessa democrazia e al pluralismo in essa insito. A volte ricerca propri vantaggi più che il bene comune. E l’analisi potrebbe continuare. Ora, tutto ciò rischia di oscurare quella cultura della solidarietà e della giustizia, che dovrebbe essere l’apporto peculiare e forte dei cristiani. Rischia pure di renderli afoni o troppo timidi di fronte alle derive in atto e di fronte alle carenze di solidarietà e di giustizia, che sono essenziali alla democrazia.

Non possiamo però, in questo luogo, non guardare a quelle minoranze qualificate di cristiani che hanno fatto la resistenza, prima, e hanno promosso, poi, la democrazia della nostra Repubblica. E anche oggi non mancano testimoni che si fanno interpreti del grido degli ultimi e degli oppressi, che reclamano i diritti inalienabili della persona umana, che promuovono la cultura della solidarietà. Ciò avviene sia con l’impegno feriale e popolare di donne e uomini attivi nella base sociale del paese, sia con la voce pubblica di qualche esponente coraggioso nel rompere l’omertà del silenzio. Tra queste voci desidero menzionare quella sempre lucida e puntuale del cardinale Tettamanzi. Intorno a queste voci si diffonde e cresce un promettente consenso.

In questo modo, proprio alla base del corpo sociale, si producono gli anticorpi necessari per liberare oggi il paese invaso dal virus nefasto di un individualismo illiberale. È il virus dell’amoralità che esalta le trasgressioni del proprio io e liquida come moralismo ogni ricerca della giustizia, che si avvale dell’ illegalità diffusa e tenta di eliminare ogni forma di cultura democratica. Contro questo virus urge una nuova resistenza e una liberazione spirituale.

Dalla voce di testimoni coraggiosi e dalla memoria dei morti, a cui ci rimanda questo campo della gloria, rinasca dunque la nostra speranza. La speranza di una società più giusta e democratica.


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