25 Aprile 2011: Carlo Smuraglia

Carlo Smuraglia- Presidente Nazionale

All’estero parlano spesso dell’Italia come di un Paese poco serio. Ed a forza di assistere a scandali, episodi di malcostume, rifiuto di regole, hanno finito per fare una grande confusione, al termine della quale siamo tutti considerati colpevoli, quanto meno di sopportare e tollerare una situazione così degradata.

Non è così. C’è un’altra Italia, quella della Resistenza e della Costituzione.

Eccola qui, in questa piazza e in tante piazze d’Italia, eccola qui l’Italia che lavora, l’Italia che subisce la crisi,l’Italia che ricorda i Caduti per la libertà e ne vuole portare avanti il messaggio, l’Italia pulita, democratica, antifascista.

Questa Italia che vuole festeggiare il 25 aprile non come festa di parte, ma come festa di tutti; perché un Paese che non ricordasse i caduti per la libertà e lasciasse nell’oblio le pagine più belle della sua storia, sarebbe un Paese destinato alla rovina. Noi, invece, continuiamo a sognare un Paese democratico, civile, unito, in cui libertà e uguaglianza trionfino e vengano non solo riconosciuti, ma attuati e resi effettivi i diritti proclamati dalla Costituzione.

Certo, non è un momento facile, per il nostro Paese. Siamo caduti in una crisi che ormai non è solo economico-sociale, ma è crisi della politica, crisi dei valori,talora crisi delle stesse istituzioni. Stiamo vivendo momenti che mal si addicono al concetto di democrazia: la democrazia è la volontà e l’interesse di tutti e la ricerca del bene comune; noi ci troviamo invece al sacrificio di tanti diritti, nell’interesse di pochi.

Troppo spesso, le regole vengono considerate un fastidio; alle istituzioni di garanzia (Magistratura, Corte costituzionale, Presidente della Repubblica) si dedicano violenti attacchi, ormai quotidiani. Il Parlamento finisce per lavorare, anziché sui problemi determinati da una crisi economica e sociale gravissima, su questioni che non appaiono finalizzate al bene comune.

Manifestazioni di razzismo diventano sempre più frequenti in forme palesi, ma anche in forme subdole e talvolta perfino inconsapevoli.

Tutto questo preoccupa e molto e deve indurre non solo a serie riflessioni, ma ad un impegno rinnovato. Perché è indubbio che tutto questo non si potrebbe verificare se non vi fossero l’indifferenza, la rassegnazione, la sottovalutazione di tanti cittadini.

E’ dunque questo il primo nemico da combattere, perché o ci si accorge della deriva e si fa quanto è necessario per contrastarla, oppure si rischia di arrivare  ad una situazione in cui ormai è troppo tardi.

Il partigiano Hessel, in Francia, ha sollecitato e sollecita l’indignazione. Ed è giusto. Ma con la consapevolezza che essa non basta e che occorre anche attivarsi ed impegnarsi, insomma partecipare, far sentire la propria voce, per costruire un futuro migliore.

Ecco perché  abbiamo cercato di togliere a questo 25 aprile ogni  ritualità, pur senza rinunciare alla festa, né alla memoria, per farne anche un momento di riflessione e di impegno.

Prima di tutto la memoria. Cosa sarebbe questo Paese senza quei 100.000 caduti per la libertà, senza gli antifascisti, i partigiani, i patrioti, i militari,  senza gli scioperi del ’43 e del ’44 e senza quell’esercito di volontari e di combattenti improvvisati che decise di scendere in campo, a rischio della vita contro un nemico agguerrito e feroce? Cosa sarebbe questo Paese senza la Costituzione, costruita per durare e regolare la nostra convivenza civile? Cosa sarebbe questa Italia, nata faticosamente nel 1861, ma nella quale non erano state ancora affrontate seriamente alcune questioni di fondo, come la questione meridionale, la questione sociale, la questione della laicità dello Stato se – in un rapporto ideale col Risorgimento – non ci fosse stata la Resistenza, che operò il miracolo di mantenere unito un Paese che la guerra aveva spezzato in due, avviandola verso la Repubblica e verso la democrazia?

Dunque, dobbiamo ricordare tutto questo, contro i negazionismi e i revisionismi che finora hanno trovato troppo spazio, anche per nostra responsabilità; dobbiamo ricordare le vite spezzate e tanti sogni troncati; dobbiamo far conoscere che cosa è stato davvero il fascismo e non solo per le leggi razziali, ma per la negazione della libertà, per le persecuzioni degli antifascisti, per l’aiuto dato ai tedeschi per le deportazioni, per la partecipazione in proprio a momenti terribili di massacri e di fucilazioni. Ma dobbiamo ricordare anche le speranze dei caduti per la libertà. E qui bisogna essere chiari: non basta ricordarli, quei sogni, quelle attese, quelle speranze; bisogna portarle avanti ed operare perché siano condotte a compimento e finalmente realizzate. Altrimenti, resterebbe sulla nostra coscienza il peso di un vero e proprio tradimento.

Ma poi, bisogna difendere la Costituzione, chiarendo con fermezza che difendere non significa conservare, ma significa valorizzarne lo spirito ed attuarne i contenuti. Dalle voci di quelli che hanno parlato oggi da questo palco, avete sentito quanto divario c’è fra i princìpi della Costituzione e la loro traduzione nella realtà. Quando proclamavano il lavoro come fondamento della Repubblica, quando affermavano il diritto al lavoro, alla salute, all’informazione, alla scuola, alla cultura, i Costituenti non pensavano a formule retoriche ed astratte da scrivere sui frontoni dei palazzi, ma volevano che essi si trasformassero in realtà, che l’uguaglianza diventasse effettiva, insomma che non ci fossero discriminazioni, disoccupazione, precariato, morti sul lavoro. E quando, con una parola molto forte, ripudiavano la guerra, non pensavano certamente a soluzioni ambigue, ma coglievano anche una fortissima aspirazione alla pace nel mondo. E’ questa volontà che dobbiamo rispettare e rendere operante, con un impegno che non si esaurisca nella pur doverosa celebrazione del 25 aprile, ma diventi quotidiano, investa tutta la nostra vita e il nostro operare, sia il faro delle nostre azioni e dei nostri comportamenti; e sia anche la vera guida della vita di tutte le istituzioni.

Abbiamo colto, in questi ultimi mesi, chiari segnali di risveglio delle coscienze, di una preoccupazione  più diffusa, di una volontà di reagire e di partecipare più ferma.

Ne siamo felici, ma bisogna andare ancora oltre, cercando i punti ed i momenti di coagulo fra le varie iniziative, auspicando la costruzione di una grande alleanza fra tutti coloro che provano sentimenti democratici, al di là delle singole idee, per tornare a far vivere quell’anelito di libertà  e quell’aspirazione permeata di eticità, alla costruzione di una società più giusta ed eguale, che contrassegnò le pagine meravigliose della Resistenza. E’ anche per questo che concludiamo la festa della Liberazione con un appuntamento importante per il 2 giugno,che l’anno scorso abbiamo trasformato in festa non solo della Repubblica ma anche della Costituzione e che quest’anno deve essere ancora più partecipata, più grande, più forte, per tutte le ragioni già esposte.

Non posso concludere, però, senza ricordare che fra le parole di oggi, oltre a Resistenza, Costituzione, Unità d’Italia,abbiamo voluto inserire l’antifascimo. E’ un richiamo importante, non solo perché sono aumentati, particolarmente a Milano, ma un po’ dovunque, in Italia, i rigurgiti più o meno nostalgici di nazifascismo, ma anche perché ci sono state iniziative provocatorie come il progetto di dedicare una targa a Luisa Ferida o come quella di un convegno di tipo fascista, da cui sono usciti simboli e vessilli esecrabili, come quello della X Mas; ed infine, la incredibile proposta di due (ovvero 5 senatori?) parlamentari di abrogare la “XII Disposizione transitoria” della Costituzione, che vieta la ricostituzione in qualsiasi forma del partito fascista. E’ inutile che ci dicano che si tratta di proposte ed iniziative individuali: in ogni caso è certo che senza un clima di tolleranza e talora di connivenza e protezione,esse sarebbero addirittura impensabili. E’ quel clima, è quel complesso di attacchi alla Resistenza ed alla Costituzione che favorisce e addirittura induce ad uscire allo scoperto i fascisti di sempre. Perché deve essere ben chiaro, che noi non ci riferiamo soltanto al fascismo in camicia nera, ma a tutto ciò che sa di limitazione della libertà, di contestazione dei princìpi di fondo della nostra Costituzione, di disprezzo delle regole. Non importano le definizioni e classificazioni. Ciò che conta è tenere sempre presente la storia e ricordarci che essa ci insegna che i pericoli per la democrazia possono assumere aspetti multiformi e non debbono mai essere sottovalutati. Quando si osa perfino proporre di modificare l’art.1 della Costituzione, vuol dire che siamo già oltre il limite della tollerabilità ed è indispensabile reagire con forza e con fermezza.

Abbiamo combattuto contro tedeschi e fascisti perché volevamo la libertà e la democrazia; dobbiamo continuare ad impegnarci contro tutto ciò che può mettere in discussione ciò che abbiamo conquistato a prezzo di tanti sacrifici. La mia speranza è che si aggiungano a noi, che veniamo da quella esperienza, tanti altri cittadini, e soprattutto i giovani, che contribuiscano anche a trovare forme nuove di impegno, contro ogni deriva ed ogni forma di degrado. Ha colto benissimo questa realtà e questa esigenza il Presidente Ciampi quando si è rivolto” in questa Italia smarrita”, come lui la definisce, al mondo degli adulti e prima di tutto a coloro che hanno responsabilità istituzionali, perché si impegnino a dare una scossa positiva al Paese, aggiungendo però che” ai giovani va chiesto di non lasciar soli gli adulti,nell’impresa di delineare il futuro che vorremmo per l’Italia”.

A loro, ai giovani, voglio dunque dedicare questa splendida giornata, perché ci aiutino a completare quell’opera grandiosa che è stata la Resistenza ed è stata l’Unità d’Italia, consolidando la speranza, anzi realizzando la certezza di un futuro migliore.

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