Norina antifascista sempre

Cara Nori,

tutta l’ANPI, i partigiani, gli antifascisti i tuoi compagni si stringono con affetto e commozione attorno a tua figlia Tiziana, a tua sorella Wanda a tuo nipote Davide, a sua moglie e al piccolo Matteo, l’ultimo arrivato della famiglia e che ti ha reso bisnonna. Con te che con Stellina Vecchio facevi parte della Presidenza Onoraria dell’ANPI milanese, di cui sei stata per anni Vicepresidente e componente del Consiglio Nazionale, perdiamo non solo una cara compagna ed amica, ma una grande protagonista della Resistenza e una grande donna, la cui vita è stata interamente dedicata alla battaglia per gli ideali della libertà, per l’affermazione dei valori dell’antifascismo, della Resistenza, allo sforzo per costruire una società più libera e più giusta nella quale fosse pienamente riconosciuta e avesse piena cittadinanza l’emancipazione della donna.

Provenivi da una famiglia operaia, di orientamento antifascista e comunista, come hai scritto nella tua autobiografia. Fu proprio tua mamma a trasmettere a te e a tua sorella il senso critico, fu lei che ti insegnò a dubitare della propaganda del regime e a trasmetterti la sua fierezza: vi ha insegnato a non vergognarvi della condizione di proletarie. Inizia da allora la tua maturazione antifascista che si consolida nell’esperienza da te vissuta in fabbrica, fino a raggiungere la sua pienezza nel corso degli scioperi svoltisi a Milano nel marzo 1943 ai quali partecipasti con un sentimento di profonda gioia per la lotta a viso aperto contro il regime fascista, contro la guerra, i lutti, i disagi cui era sottoposta la popolazione.

Dopo l’8 settembre 1943 entri a far parte con tua madre, tramite Vera Ciceri, dei Gruppi di Difesa della Donna che ebbero un ruolo fondamentale nell’aiutare i soldati allo sbando. Il primo atto ufficiale della Resistenza da parte della popolazione civile, hai sempre sostenuto, è stato l’aiuto delle donne italiane che fornirono ai soldati sbandati abiti borghesi con i quali poter sfuggire ai tedeschi.

E un altro elemento hai sempre voluto sottolineare. A differenza di molti uomini che scelsero di andare in montagna per sottrarsi all’arruolamento nell’esercito di Salò, nessun obbligo militare costringeva le donne a una scelta di parte. La partecipazione alla Resistenza, alla quale migliaia di donne furono spinte per la loro avversione alla guerra voluta dal fascismo e alle sofferenze da essa provocate, costituì, per loro, l’occasione di affermare quei diritti che il regime aveva sempre negato, come la parità uomo donna e il diritto di voto. Mai come in quei venti mesi le partigiane si sentirono pari ai loro compagni di lotta. Fu proprio sul giornale “Noi Donne” dei Gruppi di Difesa della Donna che leggesti per la prima volta la parola “emancipazione”.

Ci hai sempre confidato che immaginavi di partecipare alla Resistenza, raggiungendo in montagna una brigata Garibaldi, magari quella di Moscatelli, in Valsesia. Poi ti è stato affidato il compito di combattere a Milano, nella tua città ed accettasti. Perché quello che ti premeva era di dare il tuo contributo alla causa, non stare a guardare. Entrasti così nella 3° Gap guidata da Giovanni Pesce. Hai sempre voluto ribadire e ti arrabbiavi in caso contrario, che la scelta di diventare gappista fu esclusivamente tua e che solo successivamente, hai avuto modo di conoscere Visone.

Dal maggio 1944 al giorno della tua cattura avvenuta il 12 settembre 1944, partecipasti a tutta l’attività della 3° Gap. E spesso ricordavi i chilometri in bicicletta o a piedi per la città, col sole o con la pioggia, spesso passando, con il cuore in gola in mezzo ai nazifascisti. La tua vita da gappista finisce appunto il 12 settembre 1944, quando a seguito di una spiata, sei stata catturata in piazza Argentina da militi fascisti in borghese, tradotta alla Casa del Balilla di Monza, dove venisti picchiata e torturata su ordine del sergente delle SS Wernig, perché volevano che confessassi dove si trovasse Visone. A soli ventuno anni, dal novembre 1944 all’aprile del 1945, sei stata deportata nel Lager di Bolzano, dove nonostante i controlli serrati e le drammatiche condizioni di vita, sei riuscita a partecipare all’attività di una sezione del Comitato clandestino del CLN. Tua mamma, in una commovente testimonianza del 1997, raccolta dalla sezione Belojannis alla quale eri iscritta, così ricorda quel periodo: “Io lottavo, ma soffrivo molto perché mia figlia era stata arrestata e tradotta nel lager di Bolzano, ma dicevo: devo lottare anche per lei”.

Dopo la liberazione ti sei sposata con Giovanni Pesce il 14 luglio 1945, con una cerimonia molto semplice di cui rimane una commovente fotografia che vi ritrae circondati dai maggiori protagonisti della lotta partigiana.Il discorso ufficiale fu tenuto da Antonio Greppi, socialista, primo sindaco della Milano liberata. “Fu un intervento appassionato che non finiva mai”. I testimoni furono Francesco Scotti che partecipò alla guerra civile in Spagna, fu ideatore a Milano dei distaccamenti d’assalto Garibaldi e diventò poi Presidente dell’ANPI milanese e Giovanni Nicola, con Gramsci all’”Ordine Nuovo”, membro del Triumvirato, insurrezionale del Piemonte. Così ricordavi quel giorno: “Non possedevamo nulla, ma avevamo tanta gioia e speranza. Quello fu il periodo più bello della nostra vita, e non solo perché eravamo giovani, ma perché fu il più onesto, il più pulito e soprattutto perché avevamo un obiettivo.

Tutti corremmo gli stessi pericoli, rischiammo la vita non per meschini interessi personali, ma per tutti, per la pace, per un avvenire migliore nel quale speravamo con tanta forza”.

Il tuo intenso attivismo si è espresso, da sempre, nel mondo dell’Associazionismo resistenziale. Hai fatto parte dell’ANED come ex deportata politica, sei stata Presidente dell’Associazione nazionale Perseguitati Politici e Presidente onoraria dell’AICVAS, l’Associazione degli ex Combattenti volontari antifascisti nella guerra di Spagna.

E’ all’ANPI che ho avuto modo di approfondire la tua conoscenza e di apprezzare la tue straordinaria umanità, la tua passione, la tua capacità di ascoltare e di incoraggiare chi, come me, aveva deciso di impegnarsi nella nostra Associazione. Nella sede storica dell’ANPI di via Mascagni, eri nello stesso ufficio della Ceda e costituivate una coppia perfetta, per l’attenzione e la cura con cui preparavate le iniziative per l’8 Marzo e per il 25 aprile. Eravate impegnatissime a recarvi nelle scuole per parlare con i ragazzi e, se riuscivate, andavate insieme, accordandovi sulle modalità di svolgimento dei vostri interventi e distribuendovi i relativi compiti.

In questo rapporto con le giovani generazioni dispiegavi tutta la tua passione, il tuo entusiasmo, la tua carica ideale. E sia tu che Giovanni Pesce rinascevate, quasi, nel contatto e nel rapporto con i giovani, che consideravate, giustamente, elemento decisivo della rinascita nazionale. Eravate profondamente convinti, come noi stessi lo siamo, che la missione dei giovani non è quella di conformarsi all’ordine costituito, ma di portare in tutta la vita nazionale, come avvenuto negli anni della crisi del regime fascista, la loro carica di rinnovamento, di volontà e di entusiasmo che permetta di affrontare e risolvere i gravi problemi del Paese.

Tu, cara Nori, eri una donna che credeva profondamente nel valore della pace. La Resistenza era stata per te, come per chi vi aveva partecipato, “guerra alla guerra”.

E sempre ferma è stata la tua posizione contro le cosiddette operazioni di “esportazione della democrazia” in Iraq o le missioni internazionali in Afghanistan e nella ex Jugoslavia. Mi ricordo ancora di quella sera in cui ci siamo sentiti al telefono e della tua preoccupazione e angoscia per i bombardamenti Nato su Belgrado.Avevi vissuto la tragedia della Seconda Guerra Mondiale e ti sembrava inverosimile che proprio una delle più importanti capitali europee, di uno stato che aveva dato un contributo fondamentale a liberare l’Europa dal nazifascismo, potesse essere ancora vittima di sciagure e di lutti.

Poi, nel luglio del 2007 è scomparso Giovanni Pesce. E’ mancato Visone, non solo a te, ma a tutti noi e, con il venir meno di quell’affettuoso legame durato per oltre 62 anni, sembravi aver perso un po’ della tua energia. Ma hai voluto portare, intelligentemente a termine la tua ultima fatica: la tua autobiografia contenuta nel libro Il pane bianco, perché rimanesse viva, soprattutto tra i giovani la tua testimonianza.

Una delle ultime volte in cui ti ho vista è quando, nella tua abitazione, mi hai consegnato il tuo bellissimo libro che conservo con grande cura e affetto, con la tua dedica “A Roberto, con stima e affetto”. Sapere che tu provavi per me stima e affetto, mi dà conforto, nei momenti di ansia e di preoccupazione, per il gravoso incarico al quale sono stato chiamato.

Ogni tanto e certamente sono io, uno di quelli che lo dicono spesso, amiamo ripetere che siamo stanchi per i numerosi e pressanti impegni che l’iniziativa politica richiede. Tu però Nori, nel corso della tua vita non hai conosciuto la parola stanchezza, non hai mai negato la tua partecipazione alle iniziative alle quali i compagni ti chiamavano, anche quando le forze ti erano venute meno.Il modo migliore per ricordati credo sia quello di riconoscere che non possiamo permetterci di dire: “siamo stanchi”, come tu ci hai insegnato con il tuo esempio. Perché abbiamo un preciso dovere: continuare la tua battaglia per riaffermare i valori dell’antifascismo, per la difesa e l’attuazione della Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza, per una società più libera e più giusta.

Ciao, Nori e grazie per tutto quello che hai fatto per noi.

Roberto Cenati

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