Nori Pesce – Famedio Cimitero Monumentale – Milano 4 Aprile 2012

Cara Nori, siamo tutti qui ad accompagnarti in questo tuo ultimo viaggio al termine del quale riposerai accanto al tuo compagno di lotte e di vita, Giovanni Pesce che ci ha lasciato nel mese di luglio di cinque anni fa.

In questo nostro ultimo ma non definitivo commiato (perché sarai e sarete sempre nei nostri cuori) mi tornano in mente non soltanto il tuo contributo che, come donna, hai dato alla Resistenza con la tua militanza prima nei Gruppi di Difesa della Donna, poi nella 3° Gap dove hai avuto modo di conoscere e di combattere a fianco di Visone e i drammatici mesi trascorsi nel lager di Bolzano dopo il tuo arresto del 12 settembre 1944, ma quella bellissima foto del tuo matrimonio con Giovanni Pesce che compare nel tuo libro autobiografico Pane bianco.

Tutti i partecipanti, ritratti alla Casa del popolo in via Andrea del Sarto, sede della sezione Venezia del PCI, protagonisti della Resistenza milanese, come Giovanni Brambilla, Francesco Scotti, Alessio Lamprati, Bruno Felletti hanno la gioia stampata sul viso, pur nelle ristrettezze economiche di quel tempo. Milano era ferita dalla guerra, dai bombardamenti, dalla fame. “Non possedevamo nulla – ricordavi – ma avevamo tanta gioia e speranza.

Eravamo davanti a un’epoca nuova. Eravamo liberi, eravamo felici”. “Talvolta eravamo delusi – scrivevi nella tua autobiografia – avevamo vinto la nostra guerra di Liberazione e credevamo che la nostra vittoria avrebbe coinciso con il cambiamento, sia pure graduale, delle strutture economiche e sociali del paese, così da eliminare le ingiustizie contro le quali avevamo combattuto. Non pensavamo certo a un ritorno della cosiddetta democrazia prefascista. Ci eravamo illusi? Forse sì. Ma quello fu il periodo più bello della nostra vita, e non solo perché eravamo giovani, ma perché fu il più onesto, il più pulito e soprattutto perché avevamo un obiettivo”.

Che differenza Nori tra quegli anni e il periodo in cui oggi viviamo, nel quale registriamo la caduta sempre più preoccupante del costume sociale e dell’etica pubblica, nel quale si celebra ogni giorno, il rito della provvisorietà, dell’effimero, dell’egoismo, del successo, della scomparsa della solidarietà, della politica posta al servizio di interessi di parte e non del bene comune. Il forte monito che ci viene da chi ha combattuto nella Resistenza, unicamente animato dall’interesse generale, è quello di considerare la politica non come una “cosa sporca”, ma come qualcosa che ci deve riguardare direttamente.

La “cosa pubblica” è noi stessi, la nostra famiglia, il nostro lavoro, il nostro mondo e ogni sua sciagura è sciagura nostra. E le donne, con la loro partecipazione alla Resistenza si sono conquistate quel diritto di voto, sino ad allora negato, presupposto indispensabile per contare e pesare nella vita pubblica.

In una tua intervista rilasciata al quotidiano “Il Giorno” il 15 marzo 2006 raccontavi con commozione della prima volta in cui votasti, alle amministrative del maggio 1946: “Avevo 23 anni – dicesti – e mi ricordo quel giorno come una svolta importante. Il voto, nessuno ce lo aveva regalato. Noi che stavamo nella Resistenza ne avevamo parlato spesso tra noi. Del voto e degli altri diritti che fino a quel momento non avevamo come donne.

Trovarmi con la scheda in mano fu una grande emozione – dichiarasti – ho ancora in mente la netta sensazione delle mani che mi tremavano mentre la prendevo”. E’ la stessa emozione che provò Giovanni Pesce quando decise di andare a combattere in Spagna con le Brigate Internazionali, a soli 18 anni, deciso a non rinunciarvi per nessuna cosa al mondo, perché combattere per la Spagna voleva dire battersi per un cambiamento politico nel nostro Paese che stava vivendo i tragici anni della dittatura fascista. E la Spagna caro Giovanni, ti rimase nel cuore, perché ha rappresentato il richiamo per eccellenza ai più alti ideali di tutto il Novecento ed ha contribuito a formare i quadri, i dirigenti che hanno continuato la lotta contro il nazifascismo, quando sono ritornati nei loro rispettivi Paesi, come è accaduto a te che ti conquistasti per i tuoi straordinari meriti la Medaglia d’Oro al Valor Militare.

Questi erano i valori che hanno fatto di voi dei punti di riferimento indispensabili e indimenticabili per tutti noi e che avete trasmesso con instancabile passione alle giovani generazioni come dirigenti dell’ANPI milanese e nazionale. E Giovanni Pesce alla domanda su cosa avrebbe detto ad un giovane diciottenne di oggi, per orientarlo politicamente e moralmente, così rispondeva, nel suo libro “Visone” un comunista che ha fatto l’Italia: “Gli direi quello che hanno detto a me allora. Di avere fiducia e di coltivare la speranza.

E’ una formula semplice ma efficace. La fiducia si conquista con la lotta quotidiana ma è anche una fede; la speranza è il motore che ti fa andare avanti. Ho ancora fiducia e speranza. Ho vissuto sempre così e morirò così”. Siete stati affettuosamente legati per oltre 62 anni: ora riposate in pace, uno accanto all’altro, insieme per sempre. Ma noi non potremo concederci il lusso di riposare.

Abbiamo un preciso dovere: continuare la vostra battaglia per riaffermare i valori dell’antifascismo, per la difesa e l’attuazione della Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza, per una società più libera e più giusta. Grazie Nori, grazie Giovanni per tutto quello che avete fatto per noi.

Roberto Cenati

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