Intervento di Roberto Cenati Presidente ANPI Provinciale di Milano al campo sovietico – Mercoledì 9 Maggio 2012

Il monumento davanti al quale siamo oggi raccolti è dedicato ai partigiani sovietici caduti in Italia, combattendo nelle fila del Corpo Volontari della Libertà.

In questo campo del Cimitero maggiore di Milano, riposano 8 soldati sovietici, tutti giovanissimi, prigionieri di guerra, vittime di incursioni aeree tra il 1942 e il 1943.

Questo campo ci impone il dovere di ricordare quale è stato il prezzo durissimo di sangue e sofferenze pagati dai giovani partigiani europei per ridare la libertà a tutti noi. Il 9 Maggio di ogni anno si celebra la fine della Seconda Guerra Mondiale in Europa e in Russia si celebra la vittoria della Grande Guerra Patriottica contro il nazifascismo.

La Seconda Guerra Mondiale fu un conflitto sanguinosissimo che costò la vita ad oltre 50 milioni di persone. Ma la Seconda Guerra Mondiale non fu solo un conflitto sanguinoso.

Fu anche un vero e proprio scontro planetario tra le forze della coalizione antifascista che si richiamavano agli ideali di democrazia e libertà e quelle, nazifasciste e hitleriane che volevano imporre in Europa e nel mondo un regime antidemocratico, oppressivo, fondato sul razzismo, sull’antisemitismo e sul terrore.

Se avessero vinto le forze che si richiamavano alle ideologie nazifasciste, l’Europa si sarebbe trasformata in un immenso campo di concentramento. Il 22 Giugno 1941, alle 3,15 del mattino, la Germania nazista attacca a tradimento l’Unione Sovietica, impiegando ingenti mezzi. Lo scopo dei nazisti è non soltanto quello di imporre il dominio dell’imperialismo tedesco su milioni di cittadini sovietici, ma di mettere tutta l’umanità al servizio dei conquistatori tedeschi.

Il governo fascista, deciso a non essere da meno dell’alleato nazista, inviò il Corpo di Spedizione Italiano in Russia, seguito nel luglio del 1942 dall’ARMIR che subì pesantissime perdite. La tragedia vissuta dai soldati italiani rappresenta una delle più gravi responsabilità del fascismo di fronte al popolo italiano e contribuì a rendere sempre più vivi e forti il risentimento e l’ostilità degli italiani verso il fascismo.

Non furono pochi coloro che, segnati da quella tragica esperienza, militarono, dopo il loro ritorno in Italia, nelle formazioni partigiane, come Nuto Revelli, fra i primi organizzatori della Resistenza nel Cuneese, dopo l’8 Settembre 1943.

Così Nuto Revelli ricorda quel periodo: “Nel luglio del 1942, con il V reggimento alpini della divisione Tridentina, fui inviato sul fronte russo. Conservo un ricordo preciso di quanto fosse immensa la mia ignoranza: a malapena sapevo dove fosse collocata geograficamente l’Unione Sovietica.

Non mi rendevo conto di appartenere a un esercito di aggressori.

Andavo a migliaia di chilometri da casa mia, ad ammazzare o a farmi ammazzare, ma per che cosa ? Per la Patria ? Quale Patria ? Quella del fascismo, della monarchia, dei Savoia ? “Nei giorni dell’8 settembre 1943 – continua Nuto Revelli – ero a Cuneo e se scelsi istintivamente di lottare contro i fascisti e i tedeschi fu perché sentivo nella mia coscienza il peso enorme di quelle decine di migliaia di poveracci – la maggior parte “contadini in divisa”- mandati a morire per niente in quella guerra maledetta.

Furono importanti i mesi che trascorsi nelle formazioni partigiane di “Giustizia e Libertà”, con “maestri” come Livio Bianco e Duccio Galimberti. In quei venti mesi diventai adulto”.

Ebbe inizio, con l’operazione Barbarossa, la Grande Guerra Patriottica, condotta dall’esercito, dai partigiani e da tutto il popolo contro l’invasione nazifascista. Il prezzo pagato dall’Unione Sovietica in termini di vite umane fu elevatissimo: oltre 20 milioni di vittime (tra militari e civili) e oltre 3 milioni di prigionieri fatti morire di fame e di stenti nei lager tedeschi.

A Leningrado, ora San Pietroburgo, assediata per 900 lunghissimi giorni decine di migliaia di donne, di bambini e di anziani morirono di fame e di fatiche. Nonostante il regime di terrore scatenato nelle zone occupate, con rastrellamenti, perquisizioni, fucilazioni, deportazioni, i tedeschi fallirono nel loro obiettivo di stroncare la resistenza della popolazione.

Lo stesso giorno in cui ebbe inizio l’operazione Barbarossa, il governo sovietico denunciò per radio a tutto il mondo la proditoria aggressione della Germania hitleriana e chiamò tutti i cittadini alla difesa della patria.

“La nostra causa è giusta – diceva il comunicato governativo – il nemico sarà sconfitto. La vittoria sarà nostra”. Queste parole divennero il motto di tutto il popolo impegnato nella lotta contro il nazifascismo.

La Resistenza prendeva sempre più vigore e costituì, con il lavoro di milioni di cittadini nelle retrovie, volto a dotare il Paese di una economia di guerra all’altezza della situazione, il fattore determinante nella disfatta degli invasori, sconfitti nella storica battaglia di Stalingrado e arresisi il 2 febbraio 1943.

Cominciò allora quella ritirata tedesca che non doveva più arrestarsi, sino al tracollo definitivo del Terzo Reich. Straordinaria fu l’influenza esercitata dalla battaglia di Stalingrado sullo sviluppo della lotta generale contro l’aggressione nazifascista. Gli stessi scioperi del marzo del 1943 che si effettuarono in due regioni dell’Italia settentrionale, Piemonte e Lombardia presero forza e vigore proprio da quell’evento: non a caso lo sciopero alla Fiat Mirafiori inizia il 5 marzo, un mese dopo la resa di Von Paulus a Stalingrado. Saremo sempre infinitamente grati e riconoscenti a tutto il popolo sovietico per questo suo fondamentale e determinante contributo alla sconfitta del nazifascismo.

Ma un ulteriore motivo di gratitudine e di riconoscenza ci lega al popolo russo. Esso è rappresentato dal contributo delle migliaia di soldati di poco più di vent’anni, provenienti dalle parti più remote dell’Unione Sovietica che, catturati dai tedeschi e tradotti in Italia, riuscirono a fuggire, dopo l’8 Settembre 1943, dai campi di prigionia fascisti e si unirono alle formazioni partigiane, come i tre soldati sovietici Nicolay Demyachenko, Anatoly Kurepin e Vassily Skorokhodov, caduti il 9 Marzo del 1944, in un duro scontro a fuoco contro i soldati tedeschi nelle campagne prenestine.

Il Novecento è stato il secolo delle criminali dittature nazifasciste, delle ideologie nazionaliste e razziste, della Shoah, della Prima e della Seconda Guerra Mondiale. Ma è stato anche il secolo di un ritorno all’illuminismo, alla ragione, alla solidarietà, alla libertà. Un secolo capace di dare luce al pensiero e di armare la mano di coloro che al fascismo e al nazismo si sono opposti, il secolo della rivolta ideale e della lotta dei popoli per la libertà, la pace, la giustizia sociale, l’emancipazione.

Ci sono due modi di ricordare il terribile periodo dell’occupazione nazifascista dell’Europa: un primo modo, sacrosanto, è quello di rendere omaggio alle numerosissime vittime. Un altro modo è costituito dal sottolineare che a quelle sofferenze c’è stato chi ha saputo reagire.

Ed è educativo, per chi non ha vissuto quella drammatica fase della nostra storia ricordare che c’è stato chi ha avuto il coraggio di resistere, perché ai soprusi, al razzismo, al ripresentarsi di pericolose ideologie neonaziste e neofasciste bisogna sempre saper reagire, richiamandosi ai valori della solidarietà, della pace, dell’antifascismo che hanno costituito il patrimonio ideale ed etico della Resistenza europea.

Questo è il prezioso messaggio che proviene da questo campo e che tutti noi dobbiamo raccogliere e tenere sempre vivo, per non rendere vano il sacrificio di tante giovani vite per la libertà.

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