Intervento di Roberto Cenati Presidente Anpi Provinciale di Milano nella ricorrenza dell’Anniversario dell’eccidio di piazzale Loreto

Scarica il discorso in formato pdf 

“E’ trascorso oltre mezzo secolo dal 10 agosto 1944 quando, per ordine del capitano delle SS Theodor Saevecke, quindici patrioti prelevati nella notte dal carcere di San Vittore furono barbaramente fucilati in piazzale Loreto da un plotone di sicari della Muti. La prima raffica assassina partì alle 5,45. L’ultima alle 6,10”. Così inizia l’intervento, in occasione del 57° anniversario dell’eccidio di piazzale Loreto, del nostro indimenticabile e caro compagno Giovanni Pesce che ricordiamo con tanto affetto e commozione, di cui quest’anno ricorre il quinto anniversario della scomparsa. Così continuava Giovanni Pesce: “Fui testimone di quei terribili momenti, di quelle angoscianti ore. E non potrò mai scordare l’orrore che suscitò in me quella scena in cui la crudeltà dello spettacolo offerto dai nazifascisti non aveva precedenti storici conosciuti. Da quel lontano agosto del 1944 piazzale Loreto è rimasto nel cuore, non solo dei parenti e degli amici delle quindici vittime, ma di tutti gli italiani antifascisti che mai dimenticheranno tanta barbara crudeltà”.

“La memoria è importante” – concludeva Pesce. “La memoria dell’antifascismo e della Resistenza è strettamente connessa a questo ricco patrimonio di valori, libertà, democrazia, giustizia e solidarietà, salvaguardia dei diritti degli individui e dei popoli, difesa della Costituzione”. La memoria va difesa. Difendere la memoria oggi significa anche essersi battuti e continuare a battersi per il mantenimento delle tre importanti date laiche della nostra Repubblica: 25 aprile, 1° maggio e 2 giugno.

Lo abbiamo fatto lo scorso anno contro la proposta del governo Berlusconi, abbiamo preso anche quest’anno una ferma posizione contro il ventilato accorpamento delle tre festività da parte del governo Monti. Le tre date, infatti, costituiscono qualcosa di più di semplici festività: si tratta di vere e proprie ricorrenze della civiltà, di date fondanti della nostra democrazia. Per ragioni puramente economiche (l’aumento di un punto del prodotto interno lordo) non si mette in discussione la storia di un Paese e speriamo che ogni anno non dobbiamo ritornare a mobilitarci su questo argomento.

Nel bellissimo inserto del mensile “Bella Ciao” del luglio-agosto 2012 compare un interessante articolo pubblicato su “l’Unità” del 10 agosto 1961 di Loris Vegetti, partigiano e Vicepresidente vicario dell’ANPI Provinciale, nel quale, giustamente, le stragi naziste del 1944 sulle quali l’ANPI ha recentemente lanciato una campagna per raggiungere verità e giustizia anche attraverso la piena accessibilità agli archivi, alla documentazione e ai materiali acquisiti, liberati da ogni vincolo o segreto, non vengono considerate come casi isolati o come rappresaglie contro i partigiani, ma come un elemento di una strategia ben precisa volta a terrorizzare la popolazione. Le forze germaniche, consce di aver perso la guerra, abbandonano nel giugno 1944 Roma ritirandosi lungo la linea Gotica. Sanno che comunque la disfatta è vicina: si tratta solo di rallentare l’avanzata alleata per dare modo al grosso delle truppe di ritirarsi verso il Brennero.

Ma in Italia, non solo le forze partigiane impegnano militarmente i tedeschi: la popolazione è dalla loro parte, li aiuta, li sostiene. Ed è un intralcio alla macchina militare nazista, una macchina che ha bisogno di spazio, di tranquillità, per riorganizzarsi. Da qui le azioni deliberate e mirate contro la popolazione (le vittime civili furono oltre quindicimila) da parte delle truppe tedesche e dei repubblichini, senza la collaborazione dei quali i tedeschi da soli, non sarebbero riusciti ad arrestare, torturare e deportare tanti nostri concittadini. Nella tragica vicenda dell’eccidio dei 15 Martiri, come in occasione delle sevizie e della fucilazione dei Martiri di via Tibaldi avvenuta sempre a Milano il 28 Agosto 1944 da parte di un plotone della legione Ettore Muti, il ruolo dei repubblichini si rivelò determinante. La tendenza volta ad addebitare ai tedeschi tutte le colpe, quasi assolvendo i repubblichini, che trova una certa diffusione in certa opinione pubblica, è profondamente sbagliata e serve solo, come osservava Vittorio Foa a tranquillizzare la nostra coscienza.

E’ un regime quello di Salò, ma il discorso va esteso anche all’intero periodo fascista, che si instaura contro i valori della civiltà, di questa civiltà nostra che si basa sugli ideali che nascono con la rivoluzione inglese e francese, con il movimento operaio, che sono poi i valori della libertà (e non il disvalore della dittatura) i valori dell’uguaglianza e della solidarietà (contro i nazionalismi esasperati, l’antisemitismo e il razzismo che erano le bandiere dei nazisti e dei fascisti). L’Europa è da anni interessata da preoccupanti fenomeni caratterizzati dal rifiorire di formazioni neofasciste e neonaziste, che hanno assunto particolare consistenza in paesi come l’Ungheria o la stessa Grecia. In Europa populismo, nazionalismo, estremismo di destra e neonazismo tendono sempre più ad accavallarsi e sovrapporsi, mescolandosi l’uno nell’altro.

Il panorama in questi ultimi anni si è ulteriormente aggravato, con un dato: l’onda è cresciuta trasversalmente da Est a Ovest. Le situazioni da Paese a paese sono spesso molto diverse. Simile, invece, la scelta da parte dei partiti o movimenti di scagliarsi, in primo luogo, contro un nemico esterno, di volta in volta identificato nei rom, nei gay, negli ebrei, nei musulmani o negli stranieri in genere. Alcuni mutamenti epocali come il crollo dell’Unione Sovietica e dei Paesi del socialismo reale, le migrazioni dall’Africa, dall’Asia e dall’Europa Orientale accompagnate da una grave crisi economica e sociale, hanno consentito di far incrociare fra loro sentimenti nazionalistici e razzisti, in un quadro politico europeo segnato dalla crisi dei partiti tradizionali.

Nella nostra città si stanno intensificando le manifestazioni di tipo dichiaratamente fascista e nazista, perfino con l’apertura di nuove sedi e di nuovi punti di riferimento. L’ultimo episodio è costituito dal convegno svoltosi a Milano ai primi di luglio, promosso dall’Alleanza europea dei movimenti nazionalisti, una sorta di Internazionale di estrema destra, a dimostrazione del tentativo di collegamento a livello europeo di movimenti neofascisti e neonazisti. Occorre un impegno comune delle istituzioni, delle forze politiche, dell’associazionismo, dei cittadini affinché queste inaccettabili provocazioni neofasciste abbiano finalmente a cessare e diventino improponibili a Milano, città Medaglia d’Oro della Resistenza.

A questo proposito l’ANPI Nazionale e l’Istituto Cervi, in una data significativa, il 25 luglio scorso, hanno lanciato una grande campagna di contrasto al neofascismo e di rilancio dei valori dell’antifascismo. Anpi e Istituto Alcide Cervi sottolineano il ruolo che può essere svolto dalla Magistratura, tenendo presente che vi sono alcune leggi (come la legge Scelba) ormai di difficile applicazione ed altre invece (come la legge “Mancino”), che offrono potenzialità di intervento veramente notevoli anche a fronte di manifestazioni apertamente fasciste (potenzialità colte dalla stessa Corte di Cassazione con due importanti sentenze). Certo, non è soltanto con la repressione che si contrastano i fenomeni legati al neofascismo e al neonazismo. Occorre delineare un programma di diffusione dei valori dell’antifascismo e dei principi costituzionali.

E’ necessario sviluppare una intensa e continuativa iniziativa di carattere storico, culturale e ideale per vincere l’indifferenza di tanti nostri concittadini. Tutto questo trova le sue radici nel fatto che il nostro Paese non ha mai fatto i conti con il proprio passato, non ha mai analizzato a fondo il fascismo, ha trascurato non di rado le pagine più belle della nostra storia, come la lotta di Liberazione ed infine è stato troppo tiepido di fronte ai continui attacchi rappresentati dal negazionismo e dal revisionismo. Si è diffusa la falsa idea di un fascismo buono e mite, profondamente falsa. Lo dimostrano: le migliaia di oppositori politici eliminati dal fascismo, i 16.000 oppositori deferiti al Tribunale speciale; i 12.000 antifascisti inviati al confino; per non parlare delle leggi antisemite del 1938, cui si devono aggiungere le drammatiche conseguenze provocate dalla Seconda Guerra Mondiale con la serie infinita di lutti, sofferenze e tragedie inflitte alla popolazione. Nostro imprescindibile punto di riferimento deve essere, inoltre, la nostra Costituzione Repubblicana che, in tutto il suo spirito, nei suoi valori, nel suo complessivo sistema, contrasta ogni forma di autoritarismo, di populismo, di intolleranza, e dunque ogni tipo di fascismo, comunque si atteggi e di qualunque camicia si rivesta.

Nel corso di questi ultimi mesi l’Unione Europea è stata colpita da una pesantissima recessione, la più grave dalla Grande Depressione degli anni Trenta, per intensità, per durata, per la problematicità nella scelta delle politiche economiche e sociali da intraprendere. Occorre che l’Europa compia un salto qualitativo, realizzando quell’unione politica e democratica auspicata da Altiero Spinelli nel Manifesto di Ventotene. La crisi che attraversiamo è tale che, senza trasformazioni decisive dell’Unione c’è poco da sperare. Bisogna davvero essere lenti a capire per pensare che i mercati siano tutto e talmente bravi ed efficaci da dettare legge. Che la moneta unica e la prosperità del vecchio continente possano sussistere senza un potere politico, alle spalle, che coincida con l’area dell’euro. Nonostante questo suo impazzimento l’economia continua ad essere l’idolo davanti al quale la politica, svuotata dal di dentro, senza timoniere, molto pragmaticamente si adatta.

E’ come se l’Europa non avesse, nel proprio bagaglio, una grande cultura fatta di scetticismo verso i mercati e il predominio dell’economia: una cultura che ha saputo inventare la separazione dei poteri, l’autonomia della politica, lo Stato sociale, la democrazia di cui tutti noi siamo debitori nei confronti della Grecia messa in ginocchio dalle misure draconiane dell’Unione Europea. Una cultura che nel dopoguerra, per superare il germe del nazionalismo, ha dato vita a un’unione di stati consapevoli dei propri limiti e decisi a mettere insieme le proprie vecchie sovranità. Oggi si parla molto di patto di stabilità e di austerità in Europa. Ma accanto alla stabilità va affermata una politica europea di occupazione e di sviluppo, soprattutto a vantaggio delle giovani generazioni. Abolire la miseria, così si intitolava il libro che Ernesto Rossi, scrisse in carcere nel 1942.

L’Europa unita, infatti, si propone lo scopo di creare non solo istituzioni politiche, ma anche sociali ed economiche per migliorare le condizioni di vita dei suoi cittadini. Ma i giganti contro cui oggi combattiamo, a sentire gli esperti, non sono il disgregarsi della convivenza civile, la miseria, il crollo della democrazia. Sono la non attuazione dell’austerità, l’immediata reazione negativa dei mercati e delle borse, lo spread. E l’illustre economista Federico Caffè, scomparso nel 1987, affermava già negli anni ottanta: “Al posto degli uomini abbiamo sostituito i numeri, e alla compassione nei confronti della sofferenza umana abbiamo sostituito l’assillo dei riequilibri contabili”. E concludeva con questa frase: “ una società in cui sia presente un solo disoccupato è una società nella quale vi è una ferita aperta”. La crisi europea si ripercuote pesantemente sul nostro Paese e si caratterizza per la caduta sempre più preoccupante dell’etica pubblica, per l’emergere di vicende sempre più inquietanti, come la trattativa Statomafia, per il prevalere di egoismi e personalismi, per il ripresentarsi di pericolosi rischi eversivi come l’attentato, verificatosi per la prima volta nel nostro Paese ad una scuola, la Morvillo Falcone a Brindisi, che ha provocato la morte della giovanissima Melissa Bassi e di azioni terroristiche come la gambizzazione di Roberto Adinolfi, dirigente dell’Ansaldo Nucleare a Genova.

L’azione del Governo Monti che ha ereditato una situazione pesantissima, avrebbe dovuto trovare un delicato equilibrio tra rigore ed equità. L’ iniziativa si è concentrata tutta sul rigore e non sull’equità, colpendo duramente i lavoratori e i pensionati, senza offrire speranze alle donne, ai ceti più deboli e soprattutto alle giovani generazioni che, nelle migliori delle ipotesi, trovano solo lavori precari, frutto questi ultimi dell’ideologia della flessibilità che ha prodotto un abbassamento di tutele, diritti e prospettive per la gran parte dei lavoratori. Vorrei svolgere due sole considerazioni sulla cosiddetta “spending review” (termini inglesi abusati, quando abbiamo una lingua italiana ricchissima) e sui numerosissimi tagli previsti alla spesa pubblica. Mentre non si esita a colpire settori nevralgici del nostro Paese come la sanità pubblica, si incentiva tranquillamente la spesa per gli armamenti con l’acquisto di 90 (anziché 131) cacciabombardieri F35, ogni esemplare dei quali costa 120 milioni di dollari, la cifra necessaria per costruire e far funzionare 83 asili nido. Ci siamo inoltre battuti, in tema di abolizione di tribunali militari, contro quella del tribunale di Verona, proprio il tribunale cioè che sta trattando alcuni processi relativi alle stragi nazifasciste del 1943-45.

Abolire il Tribunale di Verona adesso significherebbe costringere a ricominciare tutto da capo e questo bloccherebbe le istruttorie più avanzate. Nel grave momento che stiamo vivendo, le stesse istituzioni parlamentari possono essere viste e considerate come un impaccio alla finanza e all’economia e alla velocità delle loro decisioni e messe in serio pericolo da questa gravissima crisi recessiva. La massima attenzione deve essere allora rivolta, per evitare derive autoritarie, alla tenuta democratica del Paese e in particolare ai pericoli di una modifica della Carta Costituzionale nella direzione di un rafforzamento del potere esecutivo. In questi ultimi mesi, infatti, si riparla insistentemente di un rafforzamento dei poteri del Presidente del Consiglio, come della necessità dell’elezione di un’Assemblea Costituente. La tesi secondo cui il Presidente del Consiglio avrebbe oggi troppo pochi poteri è in realtà non vera. I poteri istituzionali del primo ministro sono tutt’altro che scarsi nel regime parlamentare che ci caratterizza. Basti pensare alla questione di fiducia che il Presidente del Consiglio può porre davanti alla Camere.

Forte e convinto deve essere il nostro impegno per la difesa della Costituzione e della sua impalcatura fondata sul principio della divisione e dell’equilibrio dei tre poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario) su cui si fonda la nostra democrazia, per evitare che essa venga modificata, quasi nell’indifferenza generale, come avvenuto in occasione della legge costituzionale sul pareggio di bilancio del 2012 . Un fatto molto grave si è recentemente verificato in Senato, dove una rinnovata maggioranza di destra ha fatto passare un emendamento per il semipresidenzialismo e l’elezione diretta del Presidente della Repubblica che, in questa proposta , dovrebbe, fra l’altro, presiedere il Consiglio dei Ministri. Un episodio molto preoccupante perché davvero si ritiene possibile cambiare la Costituzione, su punti rilevanti, con un emendamento e con una maggioranza “occasionale” .

E’ questa voglia di smontare la Costituzione con metodi lontanissimi dai principi e dai propositi dei Costituenti; è questo desiderio di imporre la propria volontà, senza una discussione adeguata; è tutto questo che ci preoccupa fortemente per il futuro. Nei prossimi mesi quindi il tema della difesa e dell’attuazione della Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza, che costituisce nelle sue parti fondamentali il miglior programma di governo che si potrebbe attuare nel nostro Paese, dovrà vedere impegnata la nostra Associazione e tutti gli antifascisti e i democratici. C’è invece un provvedimento che questo Parlamento non dovrebbe tardare ad approvare: ed è una diversa legge elettorale. Ma questo non ha a che fare con le modifiche della Costituzione, semmai con una sua migliore attuazione. L’omaggio che noi ogni anno rendiamo ai Quindici Martiri di Piazzale Loreto, rientra nel nostro dovere di affermare quel che di meglio abbiamo storicamente espresso perché l’identità di un paese trae forza dalla valorizzazione di fatti, di figure, di simboli, in cui i cittadini possano riconoscersi traendone motivi di fierezza e di fiducia.

E vorrei questa sera ricordare con particolare affetto e commozione alcune figure a noi molto care che ci hanno lasciato nel corso dell’anno appena trascorso: lo scrittore partigiano Giorgio Bocca, il Presidente Onorario dell’ANPI Provinciale Giuseppe Carrà, il Direttore della Fondazione Memoria della Deportazione Bruno Enriotti, Flavio Benetti, instancabile animatore delle feste de l’Unità e due donne simbolo delle migliaia di donne che hanno partecipato attivamente alla Resistenza e hanno conquistato per questo loro straordinario impegno il diritto di voto dal quale erano state sempre escluse: Stellina Vecchio Vaia e Nori Brambilla Pesce. E un particolare e commosso ricordo va, da parte di tutti noi, al nostro caro amico e compagno Alberto Codevilla, giovane Presidente della Sezione Martiri Niguardesi che si è impegnato sino all’ultimo per tenere vivi i valori della Resistenza e dell’antifascismo, consentendo alla nostra Associazione di continuare la sua battaglia per una società più libera e più giusta. I Quindici Martiri di piazzale Loreto sono stati l’anima di una Milano che opponendosi al fascismo lottava per la libertà e la democrazia, fino al sacrificio della propria vita. L’esempio dei Quindi Martiri costituisce quindi un forte monito anche per noi, un forte impegno a difesa dei valori su cui si fonda la nostra Repubblica, perché, raccogliendo l’eredità che ci hanno lasciato, continuiamo a batterci, per una società più libera e più giusta in grado di assicurare una vita serena agli anziani e soprattutto ai giovani.

Il sacrificio dei 15 Martiri richiama l’importanza, in questo delicatissimo momento in cui il solco tra cittadini, istituzioni e politica si va facendo sempre più profondo, della dimensione etica della politica che va posta al servizio del bene comune e del valore dell’antifascismo che Vittorio Foa considerava come una politica dotata di principi. Milano deve essere degna e riconoscente a chi ha sacrificato la propria vita per libertà del nostro Paese.

Per questo abbiamo chiesto al Sindaco di Milano e all’Amministrazione comunale di centro sinistra che nelle linee programmatiche ha riaffermato il riconoscimento di Milano come capitale dell’Antifascismo e della Resistenza, di tenere fede a questo solenne impegno, portando a termine alcuni importanti obiettivi: il rilancio della Loggia dei Mercanti come luogo della Memoria di Milano (con la sistemazione e ripulitura delle 19 lastre di bronzo con i nomi, ormai illeggibili, dei Combattenti per la Libertà e dei deportati milanesi non più tornati dai lager nazisti), la realizzazione di un Museo della Resistenza di cui Milano è priva, la costruzione della Casa della Memoria che non deve rappresentare una memoria qualsiasi, ma quella della Resistenza, della Liberazione, della deportazione, della lotta vittoriosa della nostra città contro la strategia della tensione e il terrorismo. Questo è l’obiettivo che ci siamo proposti e questo deve essere l’obiettivo dell’Amministrazione Comunale, per tenere viva e attuale la memoria di questa nostra storia gloriosa bene riassunta nella motivazione della Medaglia d’Oro alla città di Milano, che lega le epiche Cinque Giornate e il Risorgimento alla Resistenza.

Annunci
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: