Intervento di Roberto Cenati – Resistenza e Costituzione – Domenica 2 Giugno 2013 Teatro San Babila

Intervento Cenati 2 Giugno 20132 giugno 1946: la vittoria della Repubblica

Il 2 Giugno segna una data di estrema importanza per il nostro Paese:la vittoria della Repubblica, frutto della lotta antifascista e della guerra di liberazione. E’ stata la conclusione coerente di una lotta che ha liberato l’Italia non solo dal fascismo, ma dalla monarchia, responsabile dell’avvento al potere del fascismo, delle leggi antisemite del 1938, dell’entrata in guerra dell’Italia e delle tragedie che hanno devastato il nostro Paese.

Fascismo e monarchia insieme avevano imposto la loro volontà al Paese ed insieme dovevano essere condannati. “La vittoria della repubblica – osservava un grande antifascista, Giorgio Amendola – ha rappresentato il miglior elemento di rottura della continuità dello stato italiano che si sia verificato nella crisi politica determinata dalla sconfitta della guerra fascista.

La caduta della monarchia ha eliminato un centro di riorganizzazione, che poteva con il suo prestigio coprire eventuali tentativi di ritorni reazionari” e, sottolineava acutamente Giorgio Amendola: “La lotta unitaria del popolo italiano è riuscita a stroncare efficacemente i tentativi reazionari, succedutisi nel secondo dopoguerra, anche perchè ha potuto svolgersi su un nuovo terreno, quello creato dalla Repubblica e dalla Costituzione, senza che potesse intervenire in campo, contro la democrazia, un’autorità costituita e sovrana come la monarchia”.
Costituzione e riconquista del principio di uguaglianza civile e politica

Il voto repubblicano del 2 giugno 1946 aveva dato la vittoria alla parte più avanzata dell’Italia, a quella parte che aveva assimilato lo spirito della Resistenza e che voleva una repubblica di progresso, democratica, dove ai lavoratori per primi fosse riconosciuto il ruolo di protagonisti della nuova società, che si erano conquistati. Lo stesso giorno in cui il voto popolare decretava la fine della monarchia l’Assemblea Costituente venne investita del compito di dare al nuovo stato italiano sorto dalle rovine di quello fascista, una nuova Carta costituzionale.

La Costituzione, di cui quest’anno ricorreva il sessantacinquesimo anniversario dell’entrata in vigore, è nata dalla Resistenza (Piero Calamandrei definiva la Costituzione come Resistenza tradotta in formule giuridiche) e la Resistenza è il fondamento storico dello Stato nel quale viviamo, della Repubblica, della democrazia in Italia. La nostra Costituzione è nata da una risoluta presa di posizione contro il passato, da una forte tensione polemica. E in questo caso, il nemico da abbattere aveva un nome: fascismo. Il principio di uguaglianza civile e politica era stato faticosamente conquistato dal movimento democratico nell’età liberale, benché nemmeno in quell’epoca si fosse realizzato compiutamente. Con il fascismo il principio di uguaglianza civile e politica fu radicalmente negato.

Il regime fascista aveva introdotto fra i cittadini del nostro Paese delle distinzioni che infrangevano quel principio: basti pensare alle norme che imponevano, per l’ammissione ai pubblici impieghi, l’appartenenza al partito dominante o alle abominevoli leggi antisemite. Solo con la vittoria della Resistenza si è avuto il pieno riconoscimento delle libertà civili e politiche, a cominciare dal diritto di voto riconosciuto alle donne che tanta parte ebbero nella Resistenza. Ad esse va la nostra profonda gratitudine e riconoscenza.

Il nostro affettuoso, commosso ricordo si rivolge a tutte loro e alle tante, troppe partigiane che recentemente ci hanno lasciato: Teresa Noce, Alba Rossi Dell’Acqua, Stellina Vecchio Vaia. Venerdì 24 maggio 2013 abbiamo dato l’ultimo saluto alla partigiana Annunziata Cesani, da tutti noi conosciuta come Ceda, per trent’anni Presidente dell’ANPI di Sesto San Giovanni che, con Nori Brambilla Pesce, Concettina Principato e molte altre donne costituivano un punto di riferimento insostituibile per l’ANPI Provinciale di Milano. Le ricorderemo tutte con affetto e commozione. “Molti articoli della Costituzione – sottolineava Alessandro Galante Garrone – rivelano la preoccupazione, sentita dai Costituenti, di non ricadere negli errori e nelle vergogne del recente passato, di predisporre le acconce difese. Ma nella Costituzione appare anche la volontà, l’impegno di trasformare il presente, di camminare in una certa direzione. In un senso e nell’altro – come polemica contro il passato, e come impegno per l’avvenire – la Costituzione è nata dalla Resistenza. La quale, nelle sue ispirazioni più consapevoli, non si propose soltanto di abbattere un regime, ma ebbe di mira un nuovo Stato, una nuova società”. “I fini costituzionali – conclude Alessandro Galante Garrone – coincidono dunque con gli ideali della Resistenza.”

Costituzione e cambiamento

Le radici della Costituzione e la profonda volontà di cambiamento si ritrovano in numerosi documenti resistenziali, come nelle piattaforme dei Gruppi di Difesa della Donna e per l’assistenza ai Combattenti della Libertà, sorti nel novembre del 1943. In esse non solo si proponevano forme di mobilitazione contro il regime nazifascista ma si enunciavano tutta una serie di rivendicazioni che poi verranno recepite nella Carta Costituzionale (affermazione di una serie di diritti in tema di lavoro, salute, istruzione, formazione professionale, accesso alla politica).

Notevole è stato poi il contributo della Resistenza nella predisposizione dei primi studi sulla sanità che verranno conosciuti nella loro importanza nel corso del lavoro dell’Assemblea Costituente. Sia pure in mezzo a difficoltà enormi, prima le repubbliche partigiane, poi i CLN hanno affrontato il problema del rinnovamento e della riorganizzazione della sanità italiana. L’apporto più significativo da questo punto di vista deriva dal lavoro della Consulta veneta di sanità, organo del Comitato di liberazione regionale del Veneto. E lo spirito stesso della Resistenza che fu guerra alla guerra trova la sua più chiara esplicitazione nell’articolo 11 della Costituzione: “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà dei popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.

Carattere antifascista della Costituzione

E’ bene ricordare che la nostra Costituzione è profondamente antifascista. In ogni suo articolo esprime principi in contrasto non solo col fascismo in camicia nera (sono sempre più frequenti i rigurgiti neofascisti anche nella nostra città, che offendono Milano Città Medaglia d’Oro della Resistenza), ma con tutti i fascismi e gli autoritarismi comunque si presentino. L’onorevole Aldo Moro, in un suo bellissimo intervento all’Assemblea Costituente del 13 marzo 1947, così rispondeva all’onorevole Lucifero che in sede di sottocommissione aveva espresso il desiderio che la nuova “Costituzione italiana fosse una “costituzione non antifascista, ma afascista”: “Non possiamo fare una costituzione afascista – osservava Aldo Moro – cioè non possiamo prescindere da quello che è stato nel nostro Paese un movimento storico (il fascismo) di importanza grandissima, il quale nella sua negatività ha travolto per anni le coscienze e le istituzioni.

Non possiamo dimenticare quello che è stato, perchè questa Costituzione oggi emerge da quella resistenza, da quella lotta, da quella negazione, per le quali ci siamo trovati insieme sul fronte della resistenza e ora ci troviamo insieme per questo impegno di affermazione dei valori supremi della dignità umana e della vita sociale”. “Guai a noi – continuava Aldo Moro – se dimenticassimo questa sostanza comune che ci unisce e la necessità di un raccordo alla situazione storica nella quale questa Costituzione italiana si pone.

Quando vi sono scontri di interessi, nei momenti duri e tragici, nascono le Costituzioni e portano di questa lotta, dalla quale emergono, il segno caratteristico. Non possiamo, se non vogliamo fare della Costituzione uno strumento insufficiente, prescindere da questa comune, costante rivendicazione di libertà e di giustizia. Sono queste le cose che devono essere a base della nostra Costituzione.”

Il lavoro nella Costituzione

Il lavoro, a partire dall’articolo 1, viene considerato come fondamento stesso della repubblica, come diritto di tutti i cittadini; altrettanto fondamentale è il concetto che la libertà e l’eguaglianza, per essere tali, debbono esistere non solo di diritto, ma di fatto, e cioè realizzarsi mediante una trasformazione economica della società, che renda effettivi i diritti riconosciuti a ogni individuo. Senza uguaglianza non c’è libertà, e la libertà e l’uguaglianza restano vuote formule se lo Stato non assolve al suo preciso dovere di eliminare ogni impedimento sociale ed economico che possa ostacolarle.

E’ lo Stato che deve intervenire sul piano economico e sociale per rendere possibile quel massimo traguardo di democrazia. Che oggi in Italia questi principi siano già stati compiutamente tradotti in realtà, nessuno oserebbe affermarlo. Ma è altrettanto certo che questa è la Repubblica democratica che la Costituzione ci impone di realizzare. Stiamo attraversando una crisi recessiva gravissima che colpisce l’Italia e l’Europa. Se non si inverte rapidamente la rotta, rischiamo di toccare il punto di non ritorno.

Rischiamo di assistere alla frattura sociale e al collasso del sistema istituzionale. Non può sopravvivere una società con livelli così alti di disoccupazione giovanile, con un indice crescente di mortalità delle imprese, con una così forte deindustrializzazione, con migliaia di lavoratori che vengono continuamente espulsi dalla produzione. Non può resistere un’economia, dopo anni di decrescita, che resta ferma alle dottrine rigoriste e si mostra incapace di rilanciare la domanda interna.

Il grande statista francese Pierre Mendès-France disse nel 1955: “Ogni grande questione economica e sociale va affrontata alla luce del massimo vantaggio per i giovani” E proseguiva: “Un regime politico se misconosce questa verità essenziale è un regime che si condanna, che si suicida. Non merita di durare se non è capace di costruire l’avvenire, se non è in grado di rispondere ai bisogni delle generazioni che crescono”. La nostra bussola deve rimanere il lavoro che deve diventare la nostra ossessione insonne, perchè altrimenti, senza lavoro, sarà impossibile anche ricostruire le istituzioni su una base di consenso.

La partecipazione dei lavoratori alla cosa pubblica

Nella Costituzione non ci si limita ad affermare che senza uguaglianza non c’è libertà ma ci si è preoccupati di consentire che tutti i lavoratori partecipino alla vita del paese, alla gestione della cosa pubblica. Sono di nuovo i lavoratori ad essere additati come i protagonisti principali dell’organizzazione della società. La classe operaia diede una prova straordinaria della sua forza con gli scioperi del marzo, novembre, dicembre 1943, di cui quest’anno ricorre il settantesimo anniversario e del marzo del 1944.

Partecipò alla resistenza organizzandosi all’interno delle fabbriche con le Sap, nei comitati di agitazione di fabbrica, pagando con migliaia di arresti e deportazioni nel lager nazista di Mauthausen e nei suoi sottocampi (70% di mortalità) questa sua battaglia contro la guerra, per migliori condizioni di vita, per la libertà e la democrazia. Molti nomi di lavoratori e oppositori caduti sotto il nazifascismo sono ricordati alla Loggia dei Mercanti che vogliamo sottrarre al degrado per fare di essa un luogo vivo della Memoria di Milano, Città Medaglia d’Oro della Resistenza. Il contributo dei lavoratori alla lotta per liberare il Paese dal nazifascismo è riconosciuto e sancito quindi nella stessa struttura portante della Carta Costituzionale.

Così Pietro Nenni nel suo intervento del 10 marzo 1947 all’Assemblea Costituente ricordava quel glorioso periodo: “Il primo risorgimento era stato opera di una borghesia colta, intelligente, eroica, capace di interpretare gli interessi collettivi della nazione italiana; quello che è stato chiamato il secondo risorgimento è stato l’opera della classe lavoratrice e dell’avanguardia della classe lavoratrice che è la classe operaia, che ha dimostrato, proprio in quell’occasione, di avere ereditato le antiche virtù della borghesia, elevandosi ad interprete degli interessi di tutta la nazione.

Ecco che cosa significa per noi porre il lavoro come elemento dirigente della vita politica e sociale di un Paese; significa onorare nel lavoro l’elemento positivo e decisivo di ogni valore etico e politico”. L’obiettivo di realizzare la partecipazione attiva di tutti i cittadini e i lavoratori alla direzione dello Stato si poneva in netta contrapposizione con la concezione che dello stato avevano i fascisti.

Della cosa pubblica, osservava Giacomo Ulivi, giovane studente fucilato dai repubblichini il 10 novembre 1944, nelle Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana, dobbiamo occuparci come della cosa più cara se vogliamo evitare, come accaduto durante il fascismo, che altri scelgano per noi. In questa fase di sempre più crescente distacco tra cittadini e istituzioni, dobbiamo più che mai richiamarci a questo forte monito che ci viene da lontano, sconfiggere la disaffezione e la diffidenza per la politica, che il fascismo ha instillato negli italiani, considerandola “una cosa sporca” e restituirle il suo significato originario di partecipazione e impegno disinteressati per il bene comune, come l’intera vicenda resistenziale e la Costituzione stessa ci hanno insegnato.

La divisione dei poteri

I problemi che abbiamo di fronte sono difficili e complessi e richiedono, impegno, rispetto dei principi, delle regole e della impalcatura costituzionale fondata sull’equilibrio e la divisione dei tre poteri (esecutivo, legislativo e giudiziario) che sono alla base della democrazia repubblicana. La teoria della separazione dei poteri ha remoti antecedenti dottrinali che risalgono sino ad Aristotele; ma solo con Montesquieu essa ricevette la formulazione rimasta poi tradizionale e acquistò un’immensa importanza storica.

Noi siamo perchè questo fondamentale equilibrio non sia turbato e sbilanciato a favore del potere esecutivo e del suo rafforzamento: come ANPI siamo sempre stati e saremo contro ogni ipotesi di repubblica presidenziale o semipresidenziale, scartata dalla Assemblea Costituente per il timore del ripetersi di pericolose involuzioni autoritarie in un Paese che già aveva sperimentato la dittatura fascista. Non si può pensare di superare la gravissima crisi recessiva che investe il nostro Paese stravolgendo l’impalcatura fondamentale della Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza, che va difesa ed attuata in tutte le sue parti.

In una intervista rilasciata il 19 gennaio 1996 al quotidiano “La Repubblica”, il compianto cardinale Carlo Maria Martini manifestava, sin da allora, le sue profonde preoccupazioni per i destini del nostro Paese: “L’impulso ad affidarsi a uomini della Provvidenza affiora sempre nei passaggi difficili della storia. Quando le situazioni appaiono troppo complesse, si vorrebbe qualcuno che quasi magicamente tirasse fuori la soluzione. In realtà occorre la pazienza di affrontare i passaggi difficili, utilizzando tutte le persone competenti e di buona volontà senza mitizzare nessuno”. Questo forte monito credo che sia di scottante attualità per tutti noi.

Annunci