Intervento di Roberto Cenati al Campo Giuriati – Sabato 21 marzo 2015

Intervento Cenati GiuriatiUn ringraziamento particolare va all’ANPI della Zona 3 che ha ricostruito con precisione la tragica vicenda del partigiano Luigi Arcalini, fucilato il 18 marzo 1945 al Campo Giuriati.  Il 4 febbario 1945 la Gap di cui faceva parte Arcalini prepara un attentato alla mensa della Muti in Corso Garibaldi. A collocare la bomba ci vanno oltre ad Arcalini, Luigi Franci, Albino Ressi, Albino Trecchi e Maria Selvetti. L’ordigno, però, esplode prematuramete, ferendo Arcalini, che sarà poi fucilato dai fascisti e uccidendo tutti gli altri.

Il 14 gennaio 1945 furono fucilati al Campo Giuriati nove giovani partigiani che abitavano nei quartieri popolari tra Porta Vittoria, Calvairate e Piazzale Corvetto, di un’età compresa tra i 18 e i 22 anni. Tra di essi vi era Giuseppe Rossato, di Legnano, appartenente alla 182a brigata Garibaldi “Mauro Venegoni”. Tutti facevano parte del Fronte della Gioventù la più estesa organizzazione dei giovani impegnati nella lotta di Liberazione in Italia, costituita a Milano verso la fine del 1943 da Eugenio Curiel, che riunì nella sacrestia della Chiesa di San Carlo al Corso giovani antifascisti di varie appartenenze politiche (Gillo Pontecorvo, Raffaele De Grada, Aldo Tortorella, Quinto Bonazzola) d’accordo con padre Camillo De Piaz e padre Davide Maria Turoldo.

Dopo numerose azioni di disarmo a danno di militi della RSI, un reparto repubblichino denominato il Battaglione Azzurro, composto da ex avieri al comando del capitano dell’Aeronautica Repubblicana Giovanni De Folchi, intensificò l’attività di repressione, con particolare accanimento nei confronti dei ragazzi del Fronte della Gioventù. Alla fine del mese di dicembre 1944 risultavano arrestati e rinchiusi nella caserma “La Marmora” di via Pace, circa 80 giovani, tra cui 4 ragazze. I repubblichini riuscirono anche a individuare il deposito di armi in via Pomposa, messo insieme da un gruppo di giovani del Fronte che aveva iniziato a compiere azioni di disarmo di soldati e sabotaggi. Condotti nella caserma di via Pace furono sottoposti a interrogatori e torturati per giorni, come risulterà dal processo avviato dopo la liberazione nei confronti del maggiore Mario De Biase e del capitano Giovanni Folchi.

Il 12 gennaio del 1945 venne istruito il processo contro 12 imputati accusati di partecipazione ad associazione sovversiva e di appartenenza a bande armate.

“Nove terroristi giustiziati”  titolava il Corriere della Sera del 15 gennaio 1945.

Non dobbiamo mai dimenticare il ruolo nefasto svolto dalla Repubblica di Salò nella denuncia, nella cattura, nella deportazione di ebrei, partigiani, lavoratori arrestati per aver partecipato agli scioperi del marzo 1944.

La lapide che ricorda la fucilazione dei 5 gappisti, fucilati il 2 febbraio 1945,  venne scoperta al Campo sportivo Giuriati, il 3 febbraio del 1946, nella ricorrenza del primo anniversario di quel tragico episodio.

Fu Giovanni Pesce, comandante partigiano a tenere il discorso commemorativo a ricordo del martirio dei cinque gappisti. Toccò poi a Luigi Longo, vicesegretario nazionale del PCI a rendere omaggio ai caduti: “Essi sono morti per riscattare il nostro Paese dalla vergogna fascista, perchè tutto il nostro popolo, unito, combatta per la democrazia”. Monito questo ancora oggi valido.

Tra i 5 gappisti fucilati voglio ricordare Luigi Campegi, comandante dell 3a Gap dal settembre al dicembre del 1944.

Campegi in accordo con la 3a Gap II Distaccamento, di Alfonso ed Enzo Galasi (ultimo gappista scomparso il 12 marzo scorso) e Ruggero Brambilla conduce le trattative con il colonnello Alfredo Malgeri, comandante della Guardia di Finanza di Milano. Il 24 aprile 1945 alla presenza di Alfonso Galasi, in una casa di via Volturno a Milano, Malgeri si dichiarerà pronto ad appoggiare apertamente l’imminente insurrezione e all’alba del 26 aprile 1945 guiderà i suoi finanzieri all’occupazione della Prefettura.

Di fronte ai giudici Campegi, consapevole di cio che lo aspettava, esclamò: “Io non riconosco a voi nessun diritto di giudicarmi, né del resto lo potete fare perchè siete degli assassini che io, il capo dei Gap, vorrei poter condannare.”

Dopo la sentenza, Campegi, scrive su un biglietto: “Cari amici, sono stato condannato alla pena capitale. Vado contento con 12 dei miei uomini. Abbraccio tutti. Luigi”.

E’ grazie al sacrificio di tanti giovani Combattenti per la Libertà che la democrazia è stata riconquistata nl nostro Paese.

Certo, non è questa la società che i Partigiani e chi ha resistito nei lager nazisti voleva. Siamo infatti di fronte al preoccupante rifiorire di movimenti antisemiti, xenofobi e neofascisti, ad una gravissima crisi economica, ad una caduta senza precedenti  dell’etica pubblica, al manifestarsi quasi quotidiano di fenomeni di corruzione in una società che celebra ogni giorno, il rito dell’effimero, del successo individuale, della scomparsa della solidarietà.

C’è però un faro che deve illuminare il nostro cammino, costituito dalla preziosa eredità lasciataci dalla Resistenza che non fu solo quel grande moto unitario di partiti e di popolo, di uomini e di donne che, pur prive del diritto di voto, lottarono per la nostra libertà. Fu anche anelito per la costruzione di un nuovo stato e di una nuova società. Fu guerra alla guerra, aspirazione ad un mondo di pace finalmente risanato dalla piaga del nazionalismo esasperato, all’origine della Prima e della Seconda Guerra Mondiale.

Quelle aspirazioni hanno trovato la loro realizzazione nella Costituzione repubblicana che va difesa e attuata. Il Presidente della Repubblica Mattarella, nel messaggio alle Camere nel giorno del suo giuramento ha affermato che “la garanzia più forte della nostra Costituzione consiste nella sua applicazione. Nel viverla giorno per giorno”.

E la Costituzione è l’eredità più preziosa lasciataci dalla Resistenza che come disse Giovanni Battista Stucchi, autorevole esponente del Corpo Volontari della Libertà ha un privilegio: “Quello di non invecchiare. Perchè c’è sempre da resistere a qualcosa, a certi poteri, a certe promesse, a certi servilismi.”

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