I Luoghi Del Terrore Nazifascista

– Di Roberto Cenati

Milano nel terrore

Subito dopo l’armistizio, il 9 settembre 1943 un Comitato di difesa decise di formare la Guardia nazionale a Milano, lanciando un appello agli operai, agli impiegati, agli studenti, ai soldati sbandati, a tutti i cittadini, per impedire che i tedeschi entrassero in città. I milanesi risposero all’appello: più numerosi, più decisi gli operai, che affluirono con decine di autocarri dalle loro fabbriche al comando della Guardia nazionale, in via Manzoni 43, in una casa patrizia.
Divisioni corazzate tedesche, nella sera tra il 9 e il 10 settembre, circondavano la città, minacciandone particolarmente la parte sud. Ma il generale Ruggero, comandante della zona militare, pur proclamando la sera del 10 settembre che non avrebbe ceduto le armi ai tedeschi, si rifiutò sino all’ultimo di armare il popolo, di dargli le armi. Il 9, il 10 e 11 settembre, fino al momento dell’entrata in forze dei tedeschi in città, nello studio

dell’avvocato Veratti, in via Manzoni 21, prima, in quello dell’avvocato Della Giusta, in via del Lauro, poi, si riunivano il Comitato militare ed il Comitato di Liberazione. “facciamo di tutto per impedire che i tedeschi occupino la città; la Milano delle Cinque giornate insorga, si salvi l’onore della città” proponevano decisamente i rappresentanti comunisti, sostenuti tra gli altri, dal vecchio Gasparotto e da suo figlio Poldo.
I primi ad entrare a Milano il 10 settembre 1943 sono gli appartenenti alla divisione corazzata Leibstandarte Adolf Hitler. Sono Waffen-SS, i reparti combattenti voluti da Hitler. Sono macellai: pochi mesi prima in Unione Sovietica, durante la ritirata di Karchov, hanno messo a ferro e fuoco tre città; adesso nel volgere di pochi giorno in provincia di Cuneo distruggeranno il paesino di Boves, massacrando la popolazione, e sul lago Maggiore trucideranno 54 ebrei sfollati in case e alberghi della zona.
Il pomeriggio dell’11 settembre i tedeschi investono Rogoredo e dilagano verso Porta Romana. Lentamente la resistenza dei milanesi contro i presidii tedeschi si andava spegnendo. All’indomani dell’11settembre 1943 tedeschi e fascisti avevano il totale controllo militare di Milano. Ogni presidio (caserme, alberghi, case, ville, che fossero) era un vero e proprio fortilizio autosufficiente da dove partivano le operazioni per pattugliare i vari quartieri, per raccogliere informazioni, per praticare sevizie e torture. Non c’era settore o luogo che non fosse sotto il loro controllo asfissiante e ossessivo. Le camicie nere, terrore e angoscia dei milanesi, imperversavano in tutta la città. I ragazzi di Salò giravano spavaldi e arroganti a caccia dei patrioti partigiani e dei loro sostenitori. La parola d’ordine era terrorizzare la popolazione affinché non appoggiasse i partigiani. Milano era un campo militarizzato a cielo aperto.

 

La sede della MUTI in via Rovello

Durante gli anni della Rsi (Repubblica Sociale Italiana), il bel palazzo signorile al numero 2 di via Rovello, ora Piccolo Teatro era stato trasformato in un luogo di detenzione dove furono praticate torture e delitti a opera della Legione Ettore Muti.
Subito dopo l’8 settembre 1943 si raccolsero intorno alle ricostituite federazioni fasciste, nelle principali città occupate dai tedeschi, alcune cosiddette “squadre di azione” e di “polizia federale” destinate alla difesa armata del risorto fascismo.
Fu appunto una di quelle squadre d’azione che, costituitasi a Milano, nella seconda decade del settembre 1943, divenne poi, nel marzo 1944, il battaglione di forze armate di polizia Ettore Muti. Al battaglione, di stanza in città, fu poco tempo dopo aggregato un altro battaglione esterno, dislocato in Piemonte; e dalla fusione delle due unità, derivò la Legione autonoma mobile Ettore Muti.
Le sue funzioni avrebbero dovuto essere di carattere militare, simili perciò a quelle esplicate dalle altre formazioni armate repubblichine. Di fatto, però, la Muti rivelò una decisa tendenza a sostituirsi agli organi di polizia. Il suo sviluppo e il suo prepotere furono agevolati dall’appoggio dei tedeschi, i quali di quella forza armata intendevano servirsi per l’attuazione dei loro disegni politici e militari sul territorio italiano. Unità della Muti furono infatti tenute a disposizione del generale tedesco Tensfeld, residente in Monza, per operazioni di rastrellamento in Lombardia e Piemonte. Tra i primi rastrellamenti operati dalla Muti a Milano e in provincia si ricordano quelli di Baggio, di Quinto Romano, di Settimo Milanese. Non poche furono le uccisioni di civili e di partigiani eseguite nelle circostanze suddette, e le rappresaglie, con depredazioni ed incendi.
Comandante della legione fu l’ex-caporale dell’esercito Francesco Colombo, che assunse poi il grado di colonnello e che ebbe, quale aiutante, il maggiore Bruno De Stefani. Successivamente Francesco Colombo fu nominato vicequestore dal Ministro degli Interni della Repubblica di Salò, Buffarini Guidi.
La sede centrale del Comando della Legione in via Rovello n. 2 disponeva di camere di sicurezza e celle di isolamento al primo e secondo piano. Numerosissimi furono gli arresti operati, specialmente dai componenti la squadra mobile addetta all’ufficio politico, nelle persone di antifascisti, patrioti, ebrei. Gli arrestati venivano sottoposti a stringenti, ripetuti e talora massacranti interrogatori. Molti venivano duramente percossi e seviziati, specialmente quando si ostinavano a non rispondere o a rispondere in modo evasivo alle domande che venivano loro rivolte.
Nello stesso edificio Paolo Grassi e Giorgio Strehler fondarono nel 1947 il Piccolo Teatro, facendone un centro e un simbolo della rinascita culturale e della vita democratica di Milano. Una targa posta sulla facciata del teatro ricorda che nella ex sede della Muti centinaia di combattenti per la libertà furono torturati e uccisi.
In via Tivoli 1 all’interno della Caserma Salinas sorgeva un’altra sede della Legione Ettore Muti, nei cui locali furono detenuti e torturati numerosi partigiani. In quel luogo agiva il capitano Pasquale Cardella che ebbe il compito di guidare il plotone di esecuzione, composto da mutini, per la fucilazione dei 15 Martiri di piazzale Loreto, il 10 Agosto 1944.

L’Albergo Regina

In via Santa Margherita 16 (angolo via Silvio Pellico) si trovava l’Albergo Regina e Metropoli: un palazzo signorile a duecento metri da piazza del Duomo. Elegante e spazioso, il 13 settembre 1943, l’Albergo Regina divenne la sede del quartier generale nazista a Milano.
Nell’albergo Regina operavano i comandi della SIPO-SD (polizia e servizi di sicurezza delle SS), nonché della Gestapo (dipendente dalla SIPO) e dell’Ufficio IV B4, incaricato della persecuzione antiebraica. Il comando interregionale (Piemonte, Lombardia e Liguria) era affidato a Rauff (collaboratore di Eichmann e inventore dei camion della morte, camere a gas su quattro ruote) e quello interprovinciale a Saevecke, condannato il 9 giugno 1999 dal tribunale militare di Torino all’ergastolo per l’eccidio dei 15 martiri di piazzale Loreto, avvenuto il 10 agosto 1944.
L’Albergo Regina è stato luogo di tortura di partigiani, ebrei, oppositori politici, alla cattura dei quali collaborarono intensamente i repubblichini, in particolare, l’ufficio politico della Muti. Strettissima fu la collaborazione di Luca Osteria, agente dell’Ovra che nel ventennio fece mandare in galera parecchi antifascisti, con il capitano Saevecke che gli spalancò le porte del Regina. Nel corso del 1944 inizierà il doppio gioco di Osteria che però non riuscì a convincere nè i servizi inglesi, né Leo Valiani, né Enzo Boeri, responsabile della sezione controspionaggio del Comando generale Corpo Volontari della Libertà.
Saevecke si serviva del cosiddetto macellaio Gradsack e lavorava a stretto contatto con i sanguinari Otto Koch, sottufficiale Gestapo, chiamato dai suoi collaboratori “cucinatore di ebrei” e Franz Staltmayer, detto la “belva”, armato di nerbo e cane lupo. All’ultimo piano l’Albergo Regina ospitava le celle di sicurezza. Dall’Albergo Regina dipendeva il carcere di San Vittore. Le liste dei deportati nei lager tedeschi venivano predisposte nella sede delle SS.
L’Albergo Regina costituiva la triste meta di numerosi parenti che a loro volta rischiavano la vita per chiedere informazioni sui loro familiari improvvisamente scomparsi, perché catturati e arrestati dai nazifascisti.
Nel gennaio 1945 la Polizia di Sicurezza arresta casualmente Ferruccio Parri, anima della Resistenza e vicecomandante del Corpo Volontari della Libertà. Saevecke, conscio dell’importanza della preda, ne ordina il trasferimento da San Vittore all’Albergo Regina dove viene posto sotto strettissima sorveglianza.
Edgardo Sogno decide di tentare di liberarlo insieme a Turrina e al medico Stefano Porta. Scoperti mentre sono in procinto di attuare il loro piano, Sogno e Turrina vengono presi. Condotti nel garage dell’albergo vengono sottoposti a un violento pestaggio e a tortura in presenza di Saevecke. Dalle rive del lago di Como verrà prelevato dal capitano americano Daddario e condotto nell’Albergo Regina anche il gerarca fascista Rodolfo Graziani, proprio nei giorni della Liberazione. Qui si arrenderà direttamente agli americani insieme ai tedeschi.
Venerdì 22 gennaio 2010, a 65 anni di distanza dalla resa dei fascisti e dei nazisti il 30 aprile 1945 agli americani, su iniziativa di centinaia di milanesi, una lapide veniva posta sulla facciata del luogo dove sorgeva l’Albergo Regina.

San Vittore

Il carcere di San Vittore, sorto sull’antico convento dei Cappuccini di San Vittore agli Olmi, chiuso tutto intorno da alti muraglioni vigilati dalle sentinelle, da oltre 130 anni sorge imponente e inquietante in Zona Centro a Milano, con ingresso al 2 di piazza Filangieri. Tra il settembre ‘43 e l’aprile ‘45 San Vittore conosce il terrore nazifascista. Occupata Milano il 12 settembre 1943 dai tedeschi, le SS requisiscono immediatamente buona parte del carcere e diventano sovrani assoluti della vita e della morte di ogni recluso. Tre raggi “accoglievano” i detenuti comuni ed erano sotto la competenza italiana e gli altri rimasero sotto il controllo assoluto dei tedeschi: il IV e il VI per i detenuti politici e il V per gli ebrei, in un primo tempo concentrati all’ultimo piano del IV e poi, con il loro aumentare, anche ai piani inferiori. Con il regime di terrore instaurato dalle SS fin dal loro arrivo, una infrazione anche minima al regolamento bastava per il passaggio da un raggio all’altro, oppure “ai topi” come erano chiamati i sotterranei, tenebrosi, umidi e dotati di strumenti di tortura. Primo comandante del settore tedesco è dal settembre 1943 il maresciallo Helmuth Klemm, cui da dicembre si affianca come vice il maresciallo Klimsa, poi promosso direttore quando Klemm è trasferito nel febbraio-marzo 1944 alla Gestapo. Sostituto di Klimsa è il caporalmaggiore Franz Staltmayer, chiamato “la belva” o “il porcaro”. A San Vittore imperversavano anche due criminali italiani: i tenenti Manlio Melli e Dante Colombo, agenti dell’Ufficio Politico Investigativo (UPI), alle dipendenze del maggiore Ferdinando Bossi.
Ma anche all’interno di questo luogo di sofferenza operano agenti di custodia, come Andrea Schivo che per essersi prodigato per alleviare le sofferenze di detenuti ebrei, viene deportato nel lager nazista di Flossenburg, da cui non fa ritorno e suore, come Suor Enrichetta Alfieri e altre 11 suore che fanno ogni sforzo per rendere meno drammatiche le condizioni di vita dei detenuti.
Anche alcuni medici si prodigano per venire incontro ai detenuti, come il dottor Gatti che prende servizio a San Vittore il 4 aprile 1944. Ricordato da tutti con profonda stima e gratitudine, per oltre dieci mesi, con gli scarsi mezzi a disposizione e con grave rischio personale, si prodigherà come medico per soccorrere ebrei e politici, sarà latore di messaggi all’esterno del carcere, introdurrà somme di denaro per i partenti per il “Campo di polizia e di transito di Fossoli”, somministrerà farmaci in grado di causare l’insorgere di sintomatologie da ricovero ospedaliero e ad ogni partenza per la deportazione riuscirà a far depennare qualcuno dalla lista.
Accanto al dottor Gatti agisce Giardina, medico delle carceri di San Vittore. E’ un attivista antifascista, che collabora dall’esterno col gruppo di Niguarda per favorire la fuga di detenuti politici. Ben sapendo quanto i tedeschi temano il tifo, il dott. Giardina inietta a numerosi prigionieri il vaccino antitifico, provocando così in loro i sintomi della malattia, sufficienti per farli ricoverare in ospedale.
San Vittore sarà liberato dai partigiani delle Brigate Matteotti il 26 aprile 1945.

 

Villa Triste

Tra i luoghi del terrore che la città ha conosciuto, tragicamente noto è Villa Triste situata in una stradina di villette, discreta e anonima, in via Paolo Uccello 19, in zona San Siro, a due passi da piazzale Lotto. Qui agisce dall’estate del 1944 la banda che prende il nome dall’aguzzino Pietro Koch, un ex tenente dei granatieri di padre tedesco e madre italiana.
Il nome ufficiale della banda era “Reparto speciale della polizia repubblicana”
Essa si forma nel gennaio 1944 a Roma dopo che Pietro Koch arruolatosi a Firenze nella banda Carità, facente parte del Reparto Servizi Speciali (RSS), se ne era staccato. Il 21 aprile 1944 l’intera formazione armata prendeva possesso a Roma della pensione “Jaccarino” di via Romagna 38: lo scantinato e la soffitta del bel palazzotto stile toscano vennero adibiti a celle per i detenuti.
Lì la pratica della tortura era quotidiana con strumenti e sistemi tra i più diversi e crudeli. Koch, la notte tra il 3 e il 4 febbraio, coordinò l’assalto dei suoi uomini al convento annesso alla Basilica di S. Paolo, che portò all’arresto di 67 persone fra ebrei, renitenti alla leva, ex-funzionari di polizia e militari di rango del ex-Regio Esercito (generali Monti e Fortunato) che vi avevano trovato rifugio. La banda Koch, durante i sei mesi della fase romana era riuscita a catturare, tra gli altri, lo studente Luigi Pintor, il dirigente comunista Giovanni Roveda, i capi dei Gap Franco Calamandrei, Carlo Salinari, il regista Luchino Visconti. La banda Koch si rese responsabile a Roma, il 28 maggio 1944, dell’assassinio di Eugenio Colorni, autore con Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi del Manifesto di Ventotene. Ma il fatto sicuramente più grave fu la partecipazione coscienziosa e diligente della banda Koch alla rappresaglia delle Fosse Ardeatine. Koch fornì infatti una trentina di nominativi alle autorità tedesche, attinti dall’elenco dei circa cinquanta arrestati dal suo reparto tra la fine di gennaio e il giorno della rappresaglia (24 marzo 1944) a seguito dell’attentato gappista di via Rasella.
Nel giugno 1944, all’arrivo degli Alleati a Roma, la banda si trasferì a Milano nella villa Fossati di via Paolo Uccello 19. Gli aguzzini agivano soprattutto di notte con false fucilazioni, pestaggi e lusinghe, docce fredde e calde, corde sempre più attorcigliate intorno alla fronte. L’obiettivo che si proponeva la banda era quello di giungere a imprigionare i vertici della Resistenza. A metà settembre del 1944 le camere di sicurezza traboccavano di arrestati. Se Koch arriverà all’arresto di personaggi di un certo peso locale, come l’architetto Giuseppe Pagano (deportato prima a Mauthausen, poi nel lager di Melk dove si spegne il 22 aprile 1945) e il capo gappista Alfonso Galasi, non riuscì mai a mettere le mani su esponenti di primo piano del CLNAI. La sera del 25 settembre 1944 “Villa Triste” venne circondata dalla Muti. Vi fu uno scambio di fucilate che durò alcuni minuti. Dopo la brevissima sparatoria i componenti la banda Koch furono tradotti a San Vittore. I reclusi, invece, rimasero per alcuni giorni nella Villa sotto la sorveglianza della Muti e, in seguito, portati a San Vittore, salvo sei che furono deportati in Germania. L’origine dell’intervento è riconducibile alle indagini avviate da Koch, che godeva della protezione del Ministro dell’Interno Buffarini Guidi, su esponenti di spicco del fascismo. Ciò gli attirò l’avversione di personalità di governo che lo accusarono di illegalità nel trattamento dei prigionieri e ne prepararono la rovina. Ma la spinta decisiva per l’intervento fu la comunicazione del cardinale Schuster che pervenne sul tavolo di Mussolini, con la quale si chiedeva una rapida azione per mettere fine a una situazione che aveva superato ogni limite di tolleranza. Koch finirà a San Vittore per poi fuggire dal carcere aiutato dai tedeschi nei giorni precedenti la Liberazione. Raggiunta Firenze, il criminale italo tedesco fu riconosciuto e arrestato. Trasferito e processato a Roma venne fucilato il 5 giugno 1945.
Oggi la villa ospita un benemerito istituto missionario.

 

Squadra Azzurra

Aveva sede presso la caserma dell’aeronautica di piazza Italo Balbo (attuale piazza Novelli) – Comandante era il mag-giore De Biasi. La squa-dra azzurra si rese re-sponsabile della cattura, delle torture e della fuci-lazione, in via Botticelli, il 6 gennaio 1945 di quattro giovani sospettati di attività patriottica. Il 14 gennaio 1945, nove ragazzi di via Pomposa, per la maggior parte ap-partenenti al Fronte della Gioventù, anch’essi cat-turati dal famigerato bat-taglione Azzurro di via Novelli e sottoposti a tortura, vennero fucilati al Campo Giuriati il 14 gennaio 1945. La mattanza viene repli-cata il 2 febbraio 1945 sempre al Campo Giuria-ti dopo un processo farsa contro cinque appartenenti alla 3a GAP.

 

Compagnia speciale ordine pubblico – Brigata nera Aldo Resega

La Brigata nera Aldo Resega nasce nell’estate del 1944 e prende il nome dal federale fascista giustiziato dai gappisti del 17° raggruppamento Gramsci il 17 dicembre del 1943. La compagnia speciale Aldo Resega fa-cente parte dell’omonima Brigata Ne-ra aveva sede in via Cadamosto. In quel luogo venivano arrestati e sottoposti a maltrattamenti antifa-scisti e patrioti. Il 21 aprile 1945 i partigiani Mantovani e Giancar-lo Brugnolotti della 3a Gap attaccano in pieno giorno la caserma di via Cadamosto. Poi i due ragazzi tentano la fuga in bicicletta. Mantovani si allontana. A Giancarlo si rompe la catena. Catturato, viene interrogato e tor-turato per tre ore e fucilato.Una lapide in via Cadamosto, davanti alla Chiesa di S.Francesca Romana, ne ricorda il sacrificio.

 

Compagnia Tonoli

La sede era in via Andrea del Sarto, 31. Nei locali dei repubblichi-ni avvenivano interrogatori e torture di antifascisti, e partigiani. Da lì partivano, nel quartiere di Città Studi, spedizioni punitive.
La partigiana Elena Rasera, organizzatrice dello sciopero del mar-zo 1944 alla fabbrica OLAP, nel suo diario ricorda di avere sentito le urla dei partigiani torturati passando davanti alle sede del grup-po fascista di via Andrea del Sarto.

 

Testi consultati:

– AA.VV. Tra i reclusi a Villa Triste, Tipografia Memo, Milano, 1945;
– AA.VV. La Resistenza in Lombardia,Lezioni tenute nella sala dei Congressi della Provincia di Milano (febbraio-aprile 1965), Labor, Milano, 1965;
– L.Borgomaneri, Due inverni, un’estate e la rossa primavera, Franco Angeli, Milano, 1985;
– L.Borgomaneri, Hitler a Milano, Datanews, Roma, 1997
– M.Griner, La Banda Koch, il reparto speciale di polizia 1943-1944, Bollati Boringhieri, Torino, 2000;
– G.Pesce, Senza tregua – La guerra dei Gap, Feltrinelli, Milano, 1973;
– a cura di L. Pestalozza, Il processo alla Muti, Feltrinelli, Milano, 1956;
– L.Picciotto, Gli ebrei in provincia di Milano 1943/1945 – Persecuzione e deportazione, Fondazione centro di Documentazione ebraica contemporanea, Milano, 1992